Analogamente a quanto accaduto in una delle prime opere concretiste, come Gabbia Ho (1966), Bentivoglio prende ad elezione la E e la O, due vocali che in italiano equivalgono a intere parole di senso compiuto, e le utilizza per dare vita a una serie di lavori, tanto essenziali quanto densi di implicazioni concettuali (…) installati, in via temporanea, nella città di Gubbio, dove l’artista realizza uno dei suoi interventi ambientali più significativi, L’Ovo di Gubbio (1976). L’occasione nasce su invito di Enrico Crispolti, curatore della Biennale di Gubbio di quell’anno, il quale incoraggia l’artista a dare forma al suo progetto costituito da un uovo di sassi, capace idealmente di contenere una persona in posizione eretta, chiuso e al tempo stesso frantumato, come sul punto di schiudersi per rivelare il momento della nascita. Proprio questa evocazione simbolica viene definita da Bentivoglio «un accordo di pace fra uomo e donna nel segno dell’uguaglianza». Fu sempre lei a decidere di collocare il suo Ovo (così lo definiscono gli eugubini) in un bivio lungo il percorso della processione dei Ceri, divenendo così il «(…) primo inserimento di un segno femminile in luoghi tradizionali di cerimonie della fertilità, finora considerate riti esclusivamente maschili». In tal senso, un altro elemento significante è dato dal fatto che uno dei frammenti di pietra che rivestono l’opera porta l’iscrizione All’adultera lapidata, rendendo esplicita la combinazione fra l’uovo, simbolo di vita, e la pietra, arma di morte nella pratica patriarcale della lapidazione. 

La creazione di quest’opera [come sostenuto da M. Pasinati], rappresenta una novità per il paesaggio urbano italiano che, per la prima volta, viene caratterizzato da un’immagine efficacemente simbolica del femminile e da un discorso esplicitamente segnato dal femminismo.

Davide Mariani
Estratto dal volume Mirella Bentivoglio.
L’altra faccia della luna/The Other Side of the Moon
(a cura di Paolo Cortese e Davide Mariani),
Postmedia Books, Milano, 2022